Riapro frammenti di carta, lacrime nascoste dietro le pupille, per affondare la mente in ricordi preziosi.
L'orologio non smette mai di scandire, come colpi di cannone, lo scoccare di ogni secondo di questo tempo che cambia la vita, che porta alla deriva, che spenge sogni e legami.
Ascolto Comfortably Numb. L'assolo finale. Il mio grido, la tua terra, le mie mani, la nostra rabbia....
Non c'è assoluzione per chi si fa ladro di vite. Non ci sarà mai.

Adoro perdermi ed allontanarmi dai percorsi considerati consueti. Sia caratterialmente che fisicamente. Perdersi è un viaggiare alla scoperta involontaria di un qualcosa completamente inaspettato.
E' un riscoprire il piacere di rimanere sorpresi, in generale, da qualcosa, quale ne sia la natura. Potrebbe trattarsi di un emozione, come anche di un paesaggio, o un profumo....
E' una sensazione prevalentemente legata al mondo infantile, quando la percezione dei propri limiti è molto ristretta, e tutto ciò che si estende intorno a noi diviene sorpresa ed allo stesso tempo, mondo nel quale perdersi.
Ricordo che da piccolo mi perdevo delle ore a giocare con la terra. Rimanevo sorpreso delle tante differenze che essa raccoglieva, delle numerose "cose" che la componevano. "Ravattavo" ore ed ore sempre in posti differenti, scoprendo a volte una biglia o una radice, altre volte un lombrico o delle pietre, delle ossa o dei pezzi di conchiglia. Era un perdersi nello scoprire.
Ma altrettanto spesso ricordo di aver iniziato a camminare fra boschi di castagno, senza la minima idea di sapere dove potessi andare a finire, scoprendo posti meravigliosi per gli occhi di un bambino.
Perdersi significa non essere più focalizzati ed indirizzati verso un obiettivo. Ma quante volte effettivamente gli obiettivi che ci prefiggiamo o ci imponiamo sono qualcosa di davvero utile per la nostra interiorità, per il nostro essere umani? Stabiliamo percorsi per ogni cosa: per il lavoro, per la vacanza, per l'amicizia, per l'amore.... Pianifichiamo ogni dettaglio delle nostre esistenze e lottiamo per non perderci per strada. Gettiamo asfalto in ogni direzione: sia sulla terra che sul cuore. E spianiamo e rettifichiamo strade per non incorrere in imprevisti.
Inseguiamo la prescienza del futuro pianificando ogni attimo del presente onde evitare ogni tipo di intoppo o problematica non prevista, così da sapere con certezza cosa accadrà oggi, domani, dopodomani..... e poi? Anneghiamo in mari di indifferenza mentre disimpariamo a scoprire la vita. Limitiamo i nostri orizzonti al solo fruibile quotidiano ed escludiamo dall'insieme dei pensieri ogni altra cosa. E' un bene?
Martedì mattina ero a Bergamo. Perdevo tempo. Dovevo tornare a casa entro la giornata. Ma conoscendo i ritmi di traffico ed i tempi delle vicinanze del capoluogo lombardo, ho deciso di visitare Bergamo. Non c'ero mai stato. E non mi piace visitare le città. Non mi piace girar per monumenti, nuotare in mezzo ai turisti, andar dentro ai musei... sono abitudini che non ho mai anelato...
Avevo qualche ora di tempo e così mi sono perso per Bergamo, il borgo vecchio. Ho fermato la macchina in un parcheggio e mi sono infilato in una strada. Non sapevo ne dove fossi, tantomeno quali cose "importanti" potessero trovarsi in quel luogo. Ho vagato. Semplicemente mi sono lasciato trasportare dagli occhi attraverso i colori ed i paesaggi che quella città mi stava porgendo. Ho fotografato i particolari che hanno colpito i miei occhi: la Bergamo silenziosa che si racconta a chi non cerca storie pompose di scultori e architetti, famiglie nobili e gerarchie religiose, di pittori e artisti. La città era come un bosco di pietra, illuminato dal sole della mattina da poco sorta. Bergamo si è raccontata come una vecchia che si era appena svegliata, nonostante fossero le nove. E nella sua essenza sconosciuta, ignota, mi ha regalato il piacere di averla apprezzata senza ricordar di lei nulla più che il colore di certi mattoni ed il suono di certi respiri.
Poi sono tornato alla macchina, sorridendo. Ed ho deciso di prendere a caso una strada per tornare a casa. Ho scelto per istinto, attraverso un indicativo senso di orientamento. E mi sono nuovamente perso. Questa volta lungo una strada incorniciata nel verde, contornata da muretti di pietra resa così calda nei colori dai raggi di sole del mattino. Ho seguito la strada nel suo silenzio, proseguendo nel mio perdermi ancora, raccogliendo nei polmoni l'armonia della natura. Quando ti perdi, i tuoi occhi corrono ovunque. E di ogni cosa sorprendente raccogli un frammento da portare con te nel preseguo di quel percorso. Mi sono fermato, ad un certo punto, ad ascoltare il silenzio di un campo, pozzanghere che raccontavano mondi nascosti, tronchi che cantavano i colori della primavera e mi sono accorto di quanto quel mondo nuovo, distante solo pochi minuti dalle lingue di asfalto che trasportano il rumore e l'abulicità ovunque, fosse incontaminato e soprendente. Quel silenzio nel quale mi ero perso, era un canto armonico di mille voci, che inneggiava alla vita. Così diverso da quei suoi che siamo ormai asuefatti a tollerare nel quotidiano nostro "non perder la rotta".
Perdersi è come scoprire. Perdersi è allargare i propri orizzonti. Perdersi è cancellare la noia. Perdersi è reimparare a vivere da esseri umani e non da robot. Perdersi è dimenticarsi del Tempo. Perdersi è il rinnegare la Morte.
Perchè finchè avremo tempo da perdere per perderci, ruberemo tempo a chi il tempo lo cancella riempiendolo di nulla. Io Adoro Perdermi....
Internet..... alle volte mi ricorda proprio la caratteristica dei quotidiani in 1984 di Orwell.....
Quando cancella segni di vita intensi per necessità di spazio. Quando per liberare bit preziosi, si cancellano preziosi ricordi, lasciati li a decantare sulle ali del tempo....
In un camposanto devono passare almeno dieci anni prima di una riesumazione. In internet basta molto meno. Ed è molto più doloroso riconoscerne la natura insofferente.
Chissà perchè i tuoi occhi hanno smesso di scrivere favole sulle pagine del mio cuore...
Certo è che, alle volte, di nostalgia e labbra aride,
il cuore, ricolmo, soffoca.
Soprattutto di tuoi sorrisi sulle mie guance e
brillare di tuoi occhi, nei miei respiri.....
Il deserto ha aquistato ampi appezzamenti d'anima
e vi ha piantato fecondo, il silenzio,
tra crepe di cuore spaccato.
Avrei potuto contenere la felicità dell'universo,
in un solo - grandissimo - sospiro;
avrei potuto.
Mastico foglie di vita insipide, condite da sguardi vuoti e taglienti,
da istanti immobili, colorati di pietra.
E... respiro: aria, povera, sporca, odore di corteccia incisa di ricordi, retrogusto di vita
impastata di sogni svaniti

Alberto Gabrielli - gennaio 2006
Ci sono giorni, nella vita di ognuno di noi, che non vorremmo arrivassero mai. Giorni tristi che calpestano le emozioni e strappano al cuore quanto di più caro vi sia. Giorni inevitabili, putroppo, nonostante alle volte si riesca a rimandarli a lungo tempo.
Giorni pesanti come massi, come nuvole nere che portano grandine e devastazione.
Sabato 19 Agosto è stato uno di quei giorni.
Alberto Gabrielli era mio nonno. E' stato una delle presenze più importanti della mia infanzia, della mia adolescenza e dell'intero mare dei miei ricordi. Alberto mi insegnò a lavorare il legno, a costruire oggetti utilizzando l'inventiva e le poche cose che potevano esistere. Alberto mi insegnò ad osservare il mare, camminando sulla spiaggia di pietre, evitando accuratamente i pezzi di "moca". Insieme ad Alberto raccoglievo i miei primi oggetti preziosi, fondi di bottiglia levigati dalle onde, colorati, lucidi, salati. Lui guardava, sorridendo, dietro i suoi baffoni sempre curati, quei miei piccoli tesori, regalandomi complimenti affettuosi con accento emiliano.
Il nonno Berto mi teneva per mano nelle lunghe passeggiate percorse per andare a far la spesa alla "standar" (così la chiamava sempre), e non si stancava mai di passare attraverso i giardini pieni di giochi e giostre, attendendo con pazienza i miei tentativi impossibili nel ponte a pioli sospeso.
Insieme, tante volte, siamo andati a passeggiare nel parco della villa della Duchessa Galliera. Mi piaceva tanto vedere i cerbiatti ed i daini. Alcune volte, fortuitamente, riuscimmo anche a vedere i cervi, spesso schivi e nascosti, animali che suscitavano in me un senso di ammirazione. C'erano anche le caprette nane, ma mi stavano antipatiche, forse per l'impressione che il loro pelo ispido e sporco mi dava. Il nonno mi guardava sorridendo, mentre strappavo erbacce appena fuori il recinto e le davo, quasi estasiato, in pasto ai daini.
Il nonno Alberto mi insegnò come non piantarmi le sgorbie nelle mani, mentre tentavo imbarazzati approcci all'intaglio del legno. Mi regalò la scatoletta di vecchie sgorbie da balsa, che prima fu di mio zio e poi di mio padre. La custodisco ancora, ricolma di ricordi, ma anche di cicatrici.
Fu lui ad apprezzare, fin troppo, il mio tentativo di realizzazione di un manico di violino, ambizione fuori luogo per un bambino di 8 anni. Andavamo spesso insieme nel suo "laboratorio", un sottoscala di poco più di due metri quadri. Li mi insegnava ad utilizzare le raspe, le lime e la carta vetro. Li mi insegnava che per fare una barca di legno, bisognava farla bene e bisognava farla in modo che galleggiasse. Li un estate facemmo insieme la mia prima barca di legno, con gli alberi, le vele ed i galleggianti. Poi la portarmmo al mare, dopo averla collaudata in una bacinella.
Il nonno faceva sempre il pisolino dopo pranzo. Quella mezz'ora regnava il silenzio. Alle volte dormivo anche io, ma più spesso lasciavo trascorrere quei minuti progettando costruzioni di lego, oppure disegnando.
Il nonno Alberto era stato alpino ed aveva fatto la guerra d'africa. Io lo ammiravo perchè era riuscito a tornare vivo a casa, perchè per me la guerra significava morire. Il nonno Alberto era burbero con tutti, ma con me quasi mai. A me dava sempre le golia appena comprate, oppure le caramelle ambrosoli al miele.
Il nonno Alberto usciva presto la mattina, perchè era più fresco e c'era meno gente in giro, per andare a comprare la focaccia di Priano. Me la prendeva con la cipolla e senza. A me piaceva in entrambe i modi. Poi un giorno mi insegnò come si faceva colazione con le cipolline, l'olio ed il sale. Il nonno Alberto ascoltava sempre il tg alla radio mentre preparava da mangiare. La sua radio, una vecchia Philips, mi affascinava molto, pur essendo un pezzo decisamente datato.
Il Nonno alberto mi accompagnò moralmente nella mia crescita, fisica ed emotiva. Quando ritenne che ero ormai diventato grande, iniziò ad offrirmi il caffè corretto con la grappa, cosa che peraltro faceva arrabbiare da matti mia nonna. Pensava mi avrebbe fatto diventare un alcolizzato, oppure mi avrebbe bloccato la crescita. Lui, invece, sosteneva mi avrebbe fatto bene, perchè bene faceva a lui e quindi male non poteva farmi. Il nonno Alberto mi chiedeva consigli sulle parole crociate che non gli tornavano, perchè io andavo a scuola e quindi ne sapevo di più. Alle volte, con diligenza, andava a cercare i luoghi indicati sul suo atlante. Mio nonno conosceva molto meglio di me la geografia.
Quando ero in crisi, perchè non ero sicuro della mia scelta di studi, quando lo fui in seguito perchè non ero soddisfatto delle mie scelte lavorative, lui mi sostenne sempre. Si raccomandava che trovassi la mia strada e poi la percorressi. Diceva che avevo studiato tanto e che forse era uno spreco non lavorare nel mio settore; però, se proprio non mi piaceva, diceva, "l'importante è che tu sia soddisfatto del tipo di lavoro che farai e che in esso ti impegni al massimo".
Il nonno Alberto non aveva mai preso la patente, anche se da giovane guidava camion e trattori. Gli faceva paura come guidava la gente e non voleva rischiare per nulla la vita.
Quando tornai dall'Australia per fargli vedere le foto dei luoghi splendidi che avevo visto, dopo le prime pagine di scorci della Great Ocean's Road disse "Ma hai visto solo scogli in Australia?".
Gli regalai un quadro, una delle mie poche opere complete. Gli spiegai che quando qualcuno gli avesse chiesto cosa fosse, lui doveva dire che era un quadro concettuale, surrealista, rappresentativo; che era il movimento sinuoso di una ballerina che danzava sulle note di una melodia. Così avrebbe fatto vedere che lui se ne capiva di arte. Annuì e sorrise. Poi si mise un pò a ridacchiare mentre con una mano mi stringeva la spalla. Io gli sorridevo, proprio come quando gli mostrai il manico di violino, o la barca, o il quadretto geometrico fatto con fili e chiodi.
Pochi giorni prima di natale, il nonno, si sentì male. Fu ricoverato all'ospedale per controlli e per curarlo. Gli fu riscontrato un affaticamento al cuore. Dopo vari esami i medici dissero che non sapevano se ce l'avrebbe fatta; il suo cuore era troppo debole e malandato. Putroppo, la medicina non prevede di trapiantare un cuore sano su un corpo ormai arrivato alla fine dei suoi giorni. Il 31 Dicembre andai da lui all'ospedale, ed avevo molta paura. Era molto debole ma non smetteva di sorridere. Era contento fossi li, con lui. Mi ringraziava come se fosse stato per me un sacrificio, stare con lui, il 31 dicembre, quando in realtà per me era l'unica cosa da volere e fare.
Anche lui aveva paura. Ma non voleva stare in ospedale. "Come fa Violetta da sola? Io non posso stare qui e lasciare la nonna da sola" mi disse. E i suoi occhi erano lucidi. Io sorridevo, cercando di trattenermi dal piangere; abbassavo il capo e i miei occhi scivolavano nell'umido delle lacrime, mentre la testa scacciava immagini tristi di futuro.
Non volevo andare via, ma lui voleva andassi a casa, dalla nonna. Il cibo dell'ospedale gli faceva schifo, ed effettivamente non potevo dargli torto. Soprattutto per un emiliano, abituato a mangiare cose buone, quelle brodaglie insapore, erano uno stimolo alla nausea.
Non voleva mangiare. Io avevo paura. Gli dissi che un pò doveva mangiare, perchè gli serviva per riprendersi, per rimettersi in piedi, altrimenti si sarebbe indebolito troppo. Poi riprese a mangiare.
E fece miglioramenti sino a ristabilirsi. Tornò a casa e riprese la sua vita, con le solite abitudini, anche se con maggiore attenzione al non affaticarsi. Insieme festeggiammo il 25 Aprile il loro anniversario di matrimonio, il cinquantatreesimo.
Ieri notte, dopo aver buttato la spazzatura, mentre stava tornando in casa dal giardino, lo colpì un malore. Mia nonna preoccupata chiamò il pronto soccorso ed i vicini che lo aiutarono a rialzarsi ed a rientrare in casa. Lui non voleva andare all'ospedale. Lui non voleva mai andare all'ospedale. Mentre era seduto in casa, gli sembrava di stare meglio. Quando arrivò l'ambulanza e lo portò all'ospedale, poco dopo essere arrivato li, andò sotto infarto. Tentarono di prepararlo per un trasferimento ad un altro ospedale, ma quando l'ambulanza ed il medico arrivarono, il nonno aveva smesso di lottare.
Il suo cuore non aveva retto all'ennesima battaglia. Il nonno si è addormentato, davanti agli occhi di papà. Il nonno forse non ha sofferto. Il nonno quando sorrideva, gli scomparivano gli occhi, nascosti tra le rughe, cosa che succede anche a me, anche se le rughe non le ho ancora. Il nonno, senza cravatta, da dietro quei baffoni, anche se ora dorme, mi sorride ancora....
Ci sono giorni, nella vita di ognuno di noi, che non vorremmo arrivassero mai. Giorni tristi che calpestano le emozioni e strappano al cuore quanto di più caro vi sia. Giorni inevitabili, putroppo, nonostante alle volte si riesca a rimandarli a lungo tempo.
Giorni pesanti come massi, come nuvole nere che portano grandine e devastazione.
Sabato 19 Agosto è stato uno di quei giorni.
Dedicato con tutto il cuore ad una delle persone più importanti della mia vita
Alberto Gabrielli 09/12/1914 - 19/08/2006
Io odio quelle persone spregevoli che hanno l'indegno coraggio e l'implicita codardia di vita, di abbandonare i propri cani. Odio tutti quelli che abbandonano degli esseri viventi incapaci di odiare, tantomeno di avere la volontà di dolere a qualcuno, spezzando loro il cuore, affogando la loro richiesta di misericordia nel suono dei motori di macchine e camion che sfrecciano veloci, ognuno nella propria direzione, fisica e morale.
Odio tutti quelli che pensano di essere onnipotenti e di poter decidere di vita e di morte del loro universo. Odio quegli orgogliosi e presuntuosi figli di nessuno che in balia del loro vuoto interiore, interpretano la vita come una storiella dove l'esistenza si decide con la presenza o l'assenza in una vacanza.
Odio quelli che considerano la vita, un giocattolo. Odio quelli che considerano un cane un giocattolo. Odio quelli che non sanno cosa significhi per un cane essere abbandonato; quelli che non sanno cosa significa essere traditi dall'unica esistenza per la quale si nutriva fiducia; che non sanno quanto sia grande il dolore dell'abbandono e quanto questo venga amplificato dalla paura del non sapere più cosa fare.
Io voglio vedere il vostro sangue scorrere sull'asfalto caldo dell'estate, voglio poter sputare su di esso, mentre poco dopo gomme roventi ne dissolvono il ricordo. Voglio poter calpestare il vostro corpo, voglio poterlo urtare con un mezzo lanciato a tutta velocità e voglio poter contare il numero di volte che la vostra faccia sfracellerà al suolo sfigurando quello stupido orgoglio umano. Voglio poter contare le vostre ossa rotte, voglio poter vedere il vostro collo spezzato alla base, incapace di trattenere eretta la testa. Il vostro occhio deve essere spento, aperto, incapace di vedere. Voglio poter vedere la vostra figura scomposta , nella coreografia macabra della completa rottura delle vostre articolazioni. Voglio sentire per alcuni attimi il vostro cuore battere, per poi sentirlo fermarsi. Spento, rassegnato. I vostri polmoni pieni di liquido, violenti mentre vi privano dell'istinto naturale della respirazione.
Ma più di questo, voglio che trascorriate gli ultimi minuti della vostra esistenza nel deserto emotivo che tanto facilmente causate. Vorrei sentiste sulla pelle camminare l'abbandono, correre veloce, salendo fino alle narici, infilandosi dentro, come un uncino che affonda nel cervello e poi, lentamente, scende lungo la gola per raggiungere il cuore. Vorrei sentiste la paura gelarvi il sangue mentre la mente perde la lucidità e gli arti si muovono disperatamente alla ricerca di qualcosa, di una via di uscita, di una persona amica.
E pagherei per vedere i vostri occhi nel momento dell'impatto con la morte e quei due tre minuti di agonia che si porta dietro come un carosello.
Mi fate schifo; vomiterei volentieri su ogni vostro passo di vita, perchè non ne meritereste neppure un secondo. Siete senza valore, e il prezzo di questa vostra insensatezza viene sempre pagato da creature innocenti, che devono vedere svanire la propria vita, per la vostra gratificazione aberrante di una, due o tre settimane.
Ho raccolto il suo corpo inerme. Gli batteva ancora il cuore. A malapena respirava. Ho lottato contro il tempo per cercare di raccimolare quelle poche speranze. Il suo femore era completamente spappolato. I suoi polmoni pieni di liquido. Non aveva nemmeno sei mesi di vita. I suoi padroni non hanno avuto neppure il coraggio di registrarlo, di mettergli il microchip. Abbandonato come spazzatura non ha potuto scampare ad una situazione dove la probabilità di morire era mille volte superiore a quella di vivere.
Questo, poco dopo il casello di Masone, sull'autostrada A26. Il cucciolo era incrociato con un pastore tedesco, anche se era un bastardo, uno di quei cani senza certificati e blasoni da poter mettere in mostra, senza quei pezzi di carta per i quali si può chiedere dei soldi per fare delle monte; un bastardo, senza il diritto di essere registrato all'anagrafe, senza diritto di essere curato, pulito, disinfestato dalle pulci, senza il diritto di rimanere in una famiglia nel mese di agosto, senza il diritto di vivere.
Io vorrei che la persona indegna che lo ha abbandonato, potesse provare il dolore di quando l'ho raccolto da dove giaceva immobile. Vorrei, ma so che non può. Perchè quella persona non è un essere umano e non ha alcun valore. Quella persona è una bestia, delle peggiori, di quelle che sarebbero semplicemente da abbattere. L'unico essere umano, in quanto a sincerità ed emozioni, ad essere morto oggi è quel povero cucciolo. Ma io lo so che un giorno tutti voi pagherete per queste azioni ripugnanti. Io lo so che verrete sbranati dai cani della vita. E le mie parole saranno sempre uno sputo sui cadaveri delle vostre inutili esistenze.
Pagherete per l'innocenza sacrificata sul vano altare di questa vana società. Pagherete perchè sarete maledetti dalla vita per il vostro disprezzo.
Prima o poi la pagherete.... tutti.
Non so quanto tempo esattamente sia passato. Non lo so davvero. E non ho voglia di fare ricerche in internet per ritrovare un semplice dato cronologico, una banale data.
Mi piace pensare che, tutto sommato, ho una buona concezione del tempo, nonostante una recondita ed evidente tendenza al casino, dovuta ad un alta dose di creatività.
Ieri mi sono fermato casualmente davanti ad un pollaio e immediatamente, il pensiero si è contorto e in uno spasmo di lettere ho pensato "ma il virus dell'aviaria, dove è finito?". Fino a non molti mesi fa si parlava di epidemia, di alto pericolo di contrazione del virus da parte dell'uomo. I polli venivano sconsigliati da ogni tipo di forma di informazione e, di conseguenza, nessuno mangiava polli. Perchè si temeva per la propria vita. Per la vita dell'intera umanità. Tutti i giorni sulle prime pagine si parlava di aviaria, di epidemia, di catastrofe. Tutti i giorni. Alla tv, alla radio, sulla carta....
E ora? Qualcuno mi sa dire chi se la caga più l'aviaria? Tutti mangiamo pollo e senza preoccupazioni. E nel frattempo, magari, in un continente come l'africa o simili nazioni povere, la gente muore per la stessa ragione che noi, qui, ignoriamo. Però a noi, italiani, popolo dalla buona forchetta, non è dato di sapere questi dati, una volta di vitale importanza. Si, di vitale importanza sino a quando creavano odience o vendite. Poi basta, quando non fanno guadagnare più, divengono notizie inutili. E allora eccoci a parlare di calcio fino al vomito.
Sono stufo di vedere questo modo di gestire l'informazione solo per creare più efficaci fonti di guadagno. Vorrei parlarne con il virus dell'aviaria. Qualcuno sa darmi qualche indicazione su dove posso trovare lui in persona?

Ci sono parole che rincorrono il vento ed altre che, prive (o private) di gambe, sterili, giacciono dormienti tra la lingua e le labbra, per l'attesa infinita che separa il sole dalla luna. Ci sono parole che non si possono dire, altre che si sceglie di non dire; ci sono emozioni che si sceglie di non raccontare, altre che si è imposti di nascondere.
Ci sono tante cose che scivolano sulla pelle mentre le goccie del tempo cadono, una ad una, sulla terra, sulla pelle, sugli occhi.
Questa sera, con poca luce negli occhi (semichiusi, nel gesto di una pseudoalchemica meditazione), ci sono parole che scappano alla ragione e volano nell'infinito, nel nulla, nel tutto. Incerte. E sicure.
La lingua, ormai rassegnata, ricorda solo il gusto di amicizia scemata in aria, in polvere, in terra. Ma il cuore ha ben più preziosi ricordi e ben più intense e vere emozioni. E anche se di ipocrisia tacciato, esso, non può tacere la verità di sangue che scorre tra vene e vento.
Nulla di chè, nulla di speciale, nulla di straordinario, tantomeno anomalo. E' solo ammirazione.....
mentre tra le dita, calde, scivola freddo, il tintinnare di un pianoforte. Ed è solo speranza ed augurio ciò che dagli occhi scivola.
Si, perchè sarai la sposa più bella e quella che non vedrò mai. Sarai la gioia inconrniciata di bianco, nel confetto di un sogno realizzato. Sarai la bellezza riflessa nel sorriso di uno splendore d'innocenza, di grazia, di cocciutaggine... Sarai ciò che un cuore ha sognato di vedere da vicino e che non vedrà mai, neppure da lontano. Strane antitesi della vita.... abitudine di salsedine che ormai regna tra i denti; crampi alle guance che non accenneranno a diminuire, nonostante la vita cambi. Vita che è mare, che è sole esiccante, che è vento tagliente. Vita, senza vita di chi era vita.
Ci sono strani silenzi, vuoti di tempo, di spazio, di odori, nel correre veloce dei minuti, dei secondi. Ci sono pause asincrone nel sincopato battere di cuori d'uomo che cantilena il giorno. Ci sono occhi che rimaranno indelebilmente stampati, incisi, dentro ad altri occhi, nonostante ogni cosa voglia cancellarne l'essenza. Ci sono occhi che augureranno sempre. Ci sono occhi che ameranno sempre. Ci sono occhi che non dimenticheranno mai cose splendide, anche se sbagliate, sogni immensi, anche se divenuti sterili. Ci sono emozioni che divengono nobili; per persone che rimarranno sempre importanti.
Giugno racconta il suono del voltarsi di una pagina, del sorridere di un cuore allo sbocciare di un grande amore. Giugno racconta la luce di un sorriso di occhi che vogliono bene. Giugno raccoglie le mie parole in un fazzoletto e le lascia libere nel vento, come semi incerti sul loro destino.
Che tu abbia tutto - e anche di più - , di quanto ogni tuo sorriso possa desiderare, dolce sogno ormai abbandonato.
Bon voyage Mon Ami
Le vene raccontano.... Ne ho la certezza.
Raccontano tante cose, tante piccole e grandi cose che scivolano veloci per il corpo; partono dal cuore, e veloci si disperdono per tutte queste piccole caverne elastiche, irrorando tutte le cellule del corpo, sfiorando ognuno dei cinque sensi.
Le vene si riempiono di sangue che, a ritmi regolari o sincopati, trasporta nel suo fiume tutte quelle cose che, la vita esterna al corpo, non può toccare. Il sangue si riempie, negli anni, di tutte quelle cose che gli occhi raccolgono; di tutte quelle sensazioni che le mani percepiscono.
Il sangue, alle volte - anzi, spesso - si intride di vita e di fatti, che, nostro malgrado, la pelle fa filtrare giù, piano piano, fino a decantare nel cuore, anche se la testa combatte per far si ciò non accada.
Il sole imprime sulla pelle marchiature indelebili, cicatrici, e da queste, nella lenta guarigione, la vita scivola dalla superfice alla profondità, radicandosi nel cuore, inebriandosi nel correre veloce del sangue.
Il sangue significa vita; vita che si infila nelle pieghe della pelle, oltrepassando le difese, vita che si insinua nei ventricoli, vita che irrora i sorrisi, vita che fuoriesce dalle ferite, vita che la pelle raccoglie dallo scivolare di lacrime sulle gote.
Il mio sangue è la mia vita. Il mio sangue ha raccolto cose durante il mio esistere, frammenti di esistenza che ora non esistono più, scaglie di vite e rapporti che sono lontani; cocci di vasi di occhi rotti e di sorrisi spezzati. E anche frammenti felici di momenti passati.
Nel mio corpo, in ogni mia vena, scorre un racconto lungo una vita, che nessuna bocca può raccontare, che nessuna parola può contenere. Viaggiano ricordi intensi di inestimabile valore, rarità purissime che trattengo strette tra le dita - anche se stringo il nulla, l'intangibile. Il mio sangue sono io. Il mio sangue è la mia storia.
Una storia che nessun'altro potrà raccontare a me stesso e che nessun'altro vorrà ascoltare.
Il mio sangue è il mio tesoro. Sporco di impurità di vita, di errori che zoppicando mi inseguono, colmo di dolore e di salsedine. Ma è il mio mondo e vive dentro di me.
Le vene raccontano... Ne ho la certezza. Stasera, Nostalgia di ironie pungenti e sorrisi sinceri. Stasera, Nostalgia di sangue, quello di un fratello.